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La mano sul collo

Qualche giorno fa ho conosciuto Ottavio Demontis, campione del mondo paralimpico di apnea.

A un certo punto mi ha detto una cosa che mi è rimasta in testa.

Mi ha parlato del lavoro che fa con il suo mental coach. Di come lo aiuti a visualizzare i momenti difficili sott’acqua, quelli in cui il corpo inizia a mandarti segnali chiari e la mente rischia di cedere prima dei muscoli. Me lo ha descritto così: “mi aiuta a visualizzare e a non sentirmi la mano sul collo che mi strozza.”

Ho capito immediatamente cosa intendeva.

Non perché io abbia mai fatto apnea. Ma perché quella mano sul collo l’ho conosciuta anch’io. Solo che la mia non era sott’acqua.

Il normodotato che si disabilita da solo

Si dice spesso che la disabilità è prima di tutto una condizione mentale. Che a volte sono più disabili i cosiddetti normodotati di chi, come Ottavio, ha perso qualcosa sul piano fisico.

Io ci credo.

Fare cinema non è mai stato semplice. Per arrivare dove sono arrivato ho rinunciato a tante cose, ho spinto quando non ne avevo voglia, ho costruito qualcosa partendo da zero con una forza di volontà che ancora oggi fatico a spiegarmi. Non mi sono mai fermato.

Ma nel tempo ho sviluppato un’abitudine che, a guardarla adesso, assomiglia a una forma strana di sabotaggio silenzioso: mettere sempre gli altri davanti. Lo staff, il progetto, la squadra. Il regista che sparisce dietro al film. Come se non mi dessi il permesso di dire ad alta voce: questo l’ho fatto io, e ne sono fiero.

Non è pigrizia. È quasi una forma di generosità portata all’estremo.

Ma a un certo punto quella cosa lì diventa una mano sul collo. La tua.

Dal 5 gennaio

Da quando ho deciso di partecipare al Tembaine Desert Rally mi sono svegliato ogni mattina con un obiettivo preciso. Dal 5 gennaio ho perso tredici chili. Non sgarro col cibo. Mi alleno quando fuori ancora tutto tace. Accumulo chilometri su chilometri cercando di abituare il corpo a fare una cosa semplice da dire e molto meno da fare: pedalare a bomba per sei giorni consecutivi. Mi sento in una forma che non ricordavo di avere. Quando ho incontrato Ottavio stavo già vivendo tutto questo, ma ascoltarlo mi ha dato qualcosa in più. Non un metodo, non una tecnica. Una conferma.

Che la differenza tra chi ce la fa e chi si ferma non sta quasi mai nelle gambe.

Visualizzare

Dopo quell’incontro ho deciso di iniziare un percorso con un mental coach. Il primo esercizio che mi ha assegnato è stato scrivere una lista di obiettivi. Pensavo fosse semplice. In realtà mi sono accorto che fare ordine dentro la propria testa è più complicato che organizzare una tabella di allenamento.

Il primo obiettivo è arrivare in fondo. Tagliare il traguardo dell’ultima tappa.

Il secondo è fare riprese epiche. Portare a casa immagini e storie che raccontino davvero cos’è il deserto.

Il terzo, e inutile nasconderlo, è entrare nei primi trenta.

Quando ho riletto quella lista mi sono accorto di una cosa. Non c’era nessuna paura nascosta, nessuna riserva mentale, nessun “sì, ma”. C’era solo quello che voglio.

E ho capito che forse il mio lavoro con il mental coach non serve a togliere qualcosa che blocca — come per Ottavio quella mano sul collo sott’acqua. Serve a darmi il permesso di essere quello che sono.

Senza nascondermi.

Continua…

P.S.

Ho fatto la seconda seduta con il mental coach. L’esercizio che mi ha assegnato è semplice da dire: ogni volta che esci in bici, sali di livello. Alza l’asticella. Supera un tuo limite. Ieri sera era in programma un’uscita notturna (le foto nell’articolo). Sentieri nel bosco, discese, buio. Non esattamente quello che definirei un’attività intelligente per chi, in questo momento, ha come priorità assoluta non infortunarsi a cinque mesi dalla partenza. Mi sono fatto forza e sono andato.

In discesa la fila si dirada, ognuno trova il suo ritmo e il suo spazio. Nel bosco, al buio, con solo la luce del casco a tagliare il sentiero — mi sono sentito perfettamente a mio agio. Il fisico regge. Sono più leggero.

E mi sono divertito.

Forse è proprio questo che intendeva.

 

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