Viaggio nel Tempo
Oggi è il 7 novembre, almeno per voi che leggete.
Io questo articolo l’ho scritto un mese fa, in sella, durante uno degli ultimi allenamenti prima della partenza. Pedalavo e pensavo a una cosa: in realtà la gara non inizia l’8 novembre. È iniziata molto prima.
C’è gente che affronta la crisi di mezza età comprandosi il SUV più grosso del concessionario.
C’è gente che si fa l’amante.
Io mi sono comprato la bicicletta.
Scherzi a parte, c’è un momento preciso in cui tutto è iniziato. Ero in un periodo in cui mettevo in fila le cose della vita e mi facevo domande scomode. Se ne valeva la pena. Se valevano davvero tutti quei sacrifici per inseguire un sogno. Troppe cose levate a me stesso per qualcosa che forse non era andata come avevo immaginato. Poi, per pura coincidenza, mi imbatto su un reel di Instagram. Una mountain bike che sfreccia nel deserto.

In un secondo ho unito i puntini.
Dovevo rompere quel pensiero negativo che mi inseguiva. Smettere di guardare indietro. Analizzare gli errori, catalogarli, cestinarli. Reset e via. Forse affrontare una sfida del genere mi poteva dare il metodo giusto per ricominciare e pianificare il tempo che avevo davanti.
Così mi sono iscritto al Tembaine Desert Rally.
In questi mesi di preparazione ho dato il giusto peso alle cose, senza farmi trascinare in pensieri puerili. Quando sarai nella merda in mezzo a una tempesta di sabbia, i sogni di te che sorpassi il campione olimpionico semplicemente non esistono. Esiste la fatica, il panico, lo smarrimento. E su quello non si ricama. Non ho sognato di tagliare il traguardo, non mi sono fermato a costruire immagini romantiche dei tramonti nel deserto, non mi sono chiesto com’è toccare le stelle di notte nel Sahara.

Non l’ho fatto per due motivi. Il primo è che non ho esperienza del deserto, e quindi non avevo nulla a cui aggrapparmi per costruire quelle immagini. Il secondo è che fin dall’inizio mi era chiaro che la gara non era l’obiettivo.
Se c’è una cosa che ho imparato stando in sella in mezzo al bosco, è vivere il presente. E su questo posso dire di essere stato sempre molto concentrato. Ho pianificato tutto, certo, ho pensato a ogni cosa che può succedere e al modo con cui affrontarla. Ma non è stata una costruzione immaginaria. È stato un pensiero pragmatico.
Problema-Soluzione. Fatica-Riposo. Allenamento-Resistenza.
Ora sono qui che scrivo e faccio un viaggio a ritroso. Rivedo il momento esatto in cui ho deciso di mettermi alla prova. Focalizzo le motivazioni. E avvolgendo il nastro in avanti, vedo tutto quello che ho fatto per arrivare all’8 novembre.
Posso dirlo serenamente: fin qui non ho mollato.
Non ho ceduto alla fatica, non ho mai detto “oggi mi fermo”. È stato un percorso costante, di cui vado fiero. Soprattutto sono fiero di averlo vissuto tutto, ogni uscita, ogni chilometro, concentrato su quello che stavo facendo, senza mai perdere il filo del presente.

Oggi che leggi è il 7 novembre e io sono molto probabilmente su un pullman che mi sta portando da Tunisi a Douz. Guardo fuori dal finestrino. Vedo paesaggi che volutamente non ho mai immaginato. Parlo con persone che non ho mai conosciuto, ascolto le loro storie, probabilmente molto simili alla mia e penso al vero motivo che mi ha spinto ad essere qui.
Domani sarà un gran giorno. Comunque vada.
Un anno di strada mi ha portato alle porte del Sahara.
Guardo la sabbia.
Guardo i miei compagni di viaggio.
Guardo l’orizzonte.
Finalmente sono qui. Ora.
Hepha's Challenge
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